lunedì 1 agosto 2011

Porno con preservativo?


Sono un'appassionata di film porno, che guardo da sola o anche in coppia con i miei partner e devo dire che trovo davvero avvilente guardare un porno dove si usano i preservativi. Di solito all'apparire del preservativo cambio film. Il fatto è che il preservativo è purtroppo elemento della nostra vita reale, una necessità che utilizzo quando ho rapporti sessuali con uomini conosciuti da poco e che non mi ispirano fiducia al 100%. Il porno dovrebbe essere fantasia, una fuga momentanea della realtà. Come si possono utilizzare i preservativi che della realtà sono una triste necessità?

La riflessione che vi ho proposto è nata da un articolo pubblicato in rete, e che qui sotto vi ripropongo. Voi che ne pensate?

«Immaginate i gladiatori nell’arena con la spada di gommapiuma… ecco, lo spettacolo non ci avrebbe guadagnato, e sarebbe un po’ la stessa cosa». Il porno con il preservativo, per Bill Margold, è una contraddizione in termini. Un affronto estetico che attenta all’etica della professione di cui è stato tutto: attore, regista, assistente sociale e dunque memoria storica. «Rubber up, sales down», più gomma, meno vendite, sintetizza. Serve a poco ricordargli che, come responsabile del Protecting Adult Welfare, un numero verde per aiutare i lavoratori hard core sull’orlo di una crisi di nervi o alle prese con ogni genere di malattia venerea, dovrebbe sembrare almeno un po’ preoccupato dall’ultimo caso di hiv che ha squassato l’industria. E che, quanto a ossimori, non scherza neppure il suo salottino popolato in perfetta par condicio da decine di Teddy Bear di pelouche e altrettante foto di ex-partner di scena, col tipico vestito adamitico che il ruolo richiede. «Perché tanti orsetti? Sono animali buoni che proteggono gli altri», ribatte, come se fosse la cosa più scontata per un sessantasettenne già pioniere del genere anal vivere nell’apparente cameretta di un cinquenne. Ma questa è l’industria cinematografica più esagerata e ricca del mondo, «il fratello rosso e grosso di Hollywood» (circa 4 miliardi di dollari contro 2,5 di fatturato), e se cercate normalità avete sbagliato indirizzo.

Nella San Fernando Valley, la propaggine sporcacciona di Los Angeles, a ottobre scorso un attore è risultato sieropositivo e le società di produzione hanno messo in quarantena i cast per quasi un mese. Puntuale come la passeggiata kantiana, è ripartito il dibattito più antico e inconcludente del settore: condom facoltativi od obbligatori? Due settimane fa un tribunale d’appello della contea si è pronunciato: nessun obbligo. La prima persona cui chiedere un parere è Steve Hirsh, fondatore e presidente della Vivid Entertainment, la più grande major hard del mondo. Uomo indaffaratissimo, non dà appuntamenti senza congruo preavviso. L’unico motivo per cui lui e gli altri protagonisti di questa storia faranno uno strappo al protocollo ha a che fare con una caratteristica del vostro cronista. Sono parzialmente omonimo di John Stagliano, alias Buttman, uno dei più celebri registi porno di tutti i tempi. Un po’ come se l’inviato a una fiera automobilistica si chiamasse Agnelli o quello alle sfilate Armani. Il dubbio viene, e vince. Hirsh mi riceve nello studio ricolmo di Avn Awards, gli oscar del ramo. «Cominciamo dai dati di fatto» esordisce questo cinquantenne in maglietta nera e bicipite scolpito, «i preservativi incidono sulle vendite dei video, riducendole di quasi un terzo. Ma se fosse l’unico modo per proteggere i nostri artisti li imporremmo comunque. Crediamo però che un sistema stringente di analisi funzioni altrettanto bene. E il fatto che negli ultimi due anni, su circa 200 mila scene girate, si siano registrati solo due casi ne è la conferma». L’obbligatorietà, secondo lui, avrebbe conseguenze catastrofiche sull’industria: «Si sposterebbe altrove, in Nevada, New Mexico, ovunque tranne che qui, e che diremmo alle migliaia di famiglie che vi lavorano?». Sull’obiezione che il suo concorrente, la Wicked Entertainment, pratichi da un decennio questa politica senza soverchie ripercussioni commerciali non vuole commentare.

stupire, però, è la posizione delle pornostar. Il primo che incontro, in una palazzina male in arnese che incrocia l’infinito Sunset Boulevard, sta cercando di rifarsi una verginità come commentatore («Sono stato citato 7 volte dal Los Angeles Times, 3 da Cnn»). Jeremy «Steele», nome d’arte assai diffuso nell’ambiente per l’allusione metallica, assomiglia più a un cantante grunge che a John Holmes e coltiva teorie della cospirazione che lo collocano in quella zona grigia che confina con la paranoia. Dice: «Prima di tutto ritengo che l’Aids sia una macchinazione che fa guadagnare le associazioni che dicono di combatterlo. E comunque la molecola del suo virus è così piccola che passa comunque anche dal preservativo. Senza considerare che hanno un tasso di rottura dell’8 per cento, se ricordo bene» (ricorda male: varia dallo 0,4 al 2,3). Ogni mestiere ha le sue malattie professionali, constata, solo che le loro fanno più paura come tutto ciò che riguarda i genitali. A ogni buon conto non li usava né quando era in piena attività né tantomeno adesso che gira poche scene al mese. Le parti più brutte di «una vita per il cinema», citando il peana di Elio e le Storie Tese, sono altre. Tipo doversi prestare a una «doppia penetrazione», l’incubo ricorrente di questi professionisti. Per non dire del prezzo che ha sul privato: «Ero troppo onesto» dice, le gambe incrociate sul divano in posa yoga, tormentandosi un calzino «e confessandolo subito alle ragazze con cui uscivo ho perso alcune occasioni di normalità che poi ho rimpianto». A quarantadue anni, dopo 14 di set, ha una fidanzata nel settore e i disclaimer non servono più. «Il paradosso˙è che lo chiamano adult entertainment ma è l’ambiente più bambinesco, che fa appello alle pulsioni più basilari nel modo più meccanico, che si possa trovare».

Per un punto di vista alternativo confido nell’Aim Health Care Foundation, la piccola Asl privata che nella vicina Sherman Oaks effettua i test sui performer – come si chiamano tra di loro – fondata «nel 1998 dalla dottoressa Sharon Mitchell, una leggendaria porn star apparsa in oltre 2000 film e che ha vinto ogni premio che l’industria può offrire» (industria che, come un veterano confida a David Foster Wallace nel miglior reportage di sempre sul tema, vive costantemente in una «Zona de-ironizzata» come questa presentazione online conferma). Non so ancora che Van Nuys Boulevard è una specie di epicentro del porno. Al 4630 si apre il bugigattolo della sala d’attesa dell’Aim, popolato di ragazze dimesse in pantaloni di felpa che necessitano di analisi del sangue o di farsi vedere da un dermatologo. La portavoce Jennifer Miller, con un seno di dimensioni innaturali, non si fa impressionare dal cognome passepartout: «Niente interviste, stiamo preparando un comunicato».

Sull’altro marciapiedi, a poche decine di metri, c’è la sede della World Model Agency, dal ’76 la capostipite delle agenzie di reclutamento per le produzioni hard. Insegna e moquette sembrano quelle originali. Come il guardaroba tutto-jeans del capo Jim South, sessantenne texano coi capelli impomatati, che promette alle ragazze guadagni da 2500 dollari al giorno. Dopo un paio di gag sul cognome mi fa parlare con Mister Marcus, autore di The Porn Star Guide to Great Sex, cui ha subaffittato una stanza. Dopo 16 anni questo quarantenne con il fisico di Mike Tyson è pronto per una svolta: «Prima giravo cinque giorni alla settimana, ora uno-due massimo. E ogni volta spero solo di trovare un regista che sappia il fatto suo e una ragazza pulita». La crisi si è sentita anche qui, complice la concorrenza gratuita di YouPorn e la congiuntura finanziaria, e se prima una scena la pagavano anche 1000 dollari ora è festa grande se te ne danno 500 (Steele dice che ai novizi anche 100). Eppure gli aspiranti non sono mai stati così numerosi. «Il preservativo? Io non lo uso, come la maggior parte dei colleghi. Ma facciamo tutti i test regolarmente e sono tranquillo». L’azzardo principale è psicologico: «C’è un alto numero di suicidi perché è un mestiere che ti svuota spiritualmente. Per non finire depresso, come tanti amici, prego molto».

Non altrettanto Margold che, sul biglietto da visita, ha fatto stampare «Dio ha creato l’uomo, William Margold ha creato se stesso». È così preso dal suo mondo, con un ego sovreccitato, da sfidare il revisionismo: «Dieci in 40 anni l’han fatta finita, ovvero quasi niente». Shelley Lubben, ex star che dopo essersi presa herpes, papillomavirus e cancro alla cervice ha fondato la Pink Cross Foundation, nello stesso periodo ne ha censiti 37. «I condom?» insiste Margold, «sono buoni giusto per farci gavettoni d’acqua». Alla Cal/Osha, la divisione di medicina del lavoro della California, nessuno ci ride su. Già adesso, per legge, i datori di lavoro devono difendere i dipendenti dagli agenti patogeni trasmessi col sangue, con «condom o protezioni equivalenti». Il dibattito è aggiornato alla prossima infezione.

A proposito, la porno segretaria del PD, nel famoso film hard amatoriale ha fatto sesso (anche anale profondo) senza preservativo: un grande plauso a lei!

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