giovedì 18 agosto 2011

Storie di corna




Un'interessante articolo, trovato su internet, dedicato agli uomini cornuti. Buona lettura, cari amici!

"Cornuto" era il nome con cui veniva chiamata, volgarmente, la moneta da mezzo testone d'argento emessa in Piemonte tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700. Era detta anche "Cornabò" che, in piemontese, vuole significare appunto "corna di bue".

Al dritto, essa presentava il ritratto di un santo a cavallo; al rovescio, uno stemma ornato di cimiero. Fu coniata a Torino ed a Vercelli dai Savoia; a Casale dai Marchesi di Monferrato; a Carmagnola dai marchesi di Saluzzo; a Masserano ed a Crevacuore dai Fieschi; e, nella zecca abbaziale di Montanaro, dall'Abate Bonifacio Ferrero e da altri feudatari.

Un altro "cornuto" fu coniato in Isvizzera - nel Vescovato di Losanna - da Monsignor Sèbastien di Monfaucon, che fu Vescovo dal 1517 al 1536. Era in argento, non recava data e probabilmente veniva utilizzato per i commerci con il Piemonte e con la Savoia. Nel rovescio, quelle monete recavano uno scudo sormontato da un elmo, con il cimiero a forma di aquila con le ali aperte che, popolarmente, venivano dette corna. Di qui derivò il soprannome della moneta. In alcuni casi, l'ornamento era rappresentato da corna di cervo.

Naturalmente il termine "cornuto" viene riferito pure ad un uomo che è stato, o che lo è ancora, tradito dalla propria compagna (e viceversa). E qui è proprio dei "cornuti" molisani che vuole parlare il vostro barbiere che, nella sua bottega, ascolta tante storielline da potere stampare un libro fitto di pagine.

Il primo esemplare locale è il "cornuto monumentale". Lo ha segnalato l'architetto Franco Valente, addirittura fotografandone le gesta quando poté constatare che a Campobasso ve n'era uno che soleva scrivere sui monumenti, e precisamente sulla facciata laterale della Chiesa di San Giorgio, una delle più importanti del capoluogo molisano. "Che amica sei? - concionava l'ignoto Paolo - Non tradirmi mai! Gli amori vanno, tu resterai. Che amica sei? Chiama quando vuoi se hai bisogno di ridere un po' ...". Constatata la performance quel rùvido architetto, molto insensibilmente, non seppe fare altro che chiosare sul web:"Se la tua amica ti mette le corna, fa bene!".

Le corna, quelle non metaforiche, non risparmiano manco il regno animale molisano. Infatti, nella ventesima regione, vive la "Capra di Campobasso", allevata in particolare a Montefalcone e nei comuni limitrofi. Secondo l'Associazione provinciale degli allevatori, quest'esemplare ha origini sconosciute. Vive in allevamenti di tipo semibrado, pascolando in zone boschive ed in terreni incolti. Di taglia media, ha la testa: leggera e non molto lunga ed è provvista di corna e di barba. Il collo è fine e mediamente lungo. Nella metà dei soggetti sono presenti tettole. La muscolatura è buona, senza essere pesante. La mammella è ben attaccata all'addome e gli arti sono sottili ma solidi con unghielli robusti Il vello è elegante con pelo lungo. I colori più diffusi sono il bianco e il nero in tutte le combinazioni. La pelle è sottile e generalmente pigmentata.

Da buon ultimo, vi sono le "corna" vere e proprie. Si tratta di quelle che compaiono sulle colonne dei quotidiani locali, più o meno sempre abbastanza scontate e miserabili, quasi mai sfocianti negli acuti drammi della gelosia di cui volentieri sogliono occuparsi certe colonne di piombo. Per esempio, ad Isernia, una signora ha dichiarato per un'inchiesta da infiltrati:"Se lui mi tradisse, non farei scenate, pure perché - dopo tanti anni - si può pure passare sopra a certe cose. Però, probabilmente a freddo, qualcosa la farei": In definitiva quello di questa donna è un atteggiamento più che contenuto, entro i limiti di una moderna e dèbita civiltà. Di sicuro non come quello di certi mariti che lasciano presagire sfracelli sui quotidiani molisani ove venissero a conoscenza che la propria signora ...

"Corna" ben diverse sono invece quelle celebrate nella letteratura mondiale tra cui primeggiano quelle fatte da Laura Malatesta, detta Parisina, a Niccolò III d'Este nel 1424-1425 in Ferrara. Dal punto di vista dell'utilizzazione letteraria, quel "cornifico" fu così fortunato da superare persino quello dantesco attribuito a Paolo ed a Francesca. Laura, andata sposa giovanissima a Niccolò III, signore di Ferrara, pare che se la intendesse a corte con il giovane Ugo, figlio di primo letto del marito e di Gigliola di Francesco da Francesco da Carrara sua prima moglie (secondo il Bandello) od uno dei trecento bastardi di Niccolò (secondo altri) gossipari letterari. Scoperta la tresca, Niccolò mando a morte la consorte fedifraga nonché Ugo ed Aldobrandino Rangone, loro supposto ruffiano. Sei anni dopo si risposò per la terza volta con Ricciarda di Tommaso di Saluzzo.

Fatto di questo genere erano piuttosto comuni pure in quei tempi; ma, forse per l'età di Parisina (che al momento della esecuzione aveva 21 anni) o per una misteriosa legge genetica che presiede ai fatti letterari, la vicenda fornì l'argomento di una novella a Matteo Bandello; di un dramma a Lope de Vega; di un poema a Byron; di una tragedia, in versi a Gabriele d'Annunzio, musicata da Pietro Mascagni.

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